UN RAFFINATO SCONTRO PIRANDELLIANO TRA UN ATTORE ED IL SUO ALTER EGO
Scusate i toni altisonanti del titolo, ma trovandomi a recensire una pellicola di tale sorta, non sono riuscito a trovare una definizione più calzante. Ovviamente il titolo è riduttivo, perché dietro al film di Inarritu, candidato a nove premi Oscar si cela molto, molto di più. Ma andiamo con ordine.
Birdman o (l’imprevedibile virtù dell’ignoranza) è ormai il sesto lungometraggio di Alejandro Gonzales Inarritu, regista e sceneggiatore messicano resosi noto per la sua Trilogia Della Morte (Amores Perros, 21 Grammi, Babel) realizzata assieme allo sceneggiatore Guillermo Arriaga. Candidato per sei volte al premio Oscar, di cui due per la miglior regia (Babel e lo stesso Birdman), Inarritu quest’anno rischia di portarsene a casa ben tre. Parliamo del film:
Riassumendo, Birdman mette in scena la vicenda di Riggan Thomson, ex star di cinecomic ormai in declino, e del suo tentativo di riscatto negli ambienti dell’alta recitazione americana. Tentando di approdare definitivamente nei teatri di Broadway, egli non solo dovrà affrontare i grotteschi individui che compongono la sua compagnia, tra cui l’eccentrico attore Mike (Edward Norton) e l’esagitato manager Jake (Galifanakis), gestire il suo problematico rapporto con figlia (Emma Stone) ed ex moglie, ma si troverà continuamente a fare i conti con Birdman, il ruolo che dopo averlo reso celebre si rifiuta di lasciarlo andare, avvinghiandosi nella sua testa e diventando un vero e proprio alter ego del protagonista.
Il nostro protagonista affronta una lotta interiore, una lotta di emancipazione e di riscatto, e la affronta nei lunghi corridoi del teatro, nei camerini e sul palco, scrupolosamente “inseguito” dai piani sequenza di Inarritu, piani sequenza lunghi e ostinati quanto coinvolgenti, che guidano lo spettatore in una narrazione che oscilla tra il realismo più ricercato e l’onirismo più colorito, tra la vita vista nel dettaglio sul palco e nei camerini, ai meandri più stravaganti di una mente che vacilla.
Dopo le interessantissime collaborazioni con Arriaga nella trilogia della morte, nella quale spiccava uno splendido e raffinato Babel, Alejandro Gonzales Inarritu ci aveva lasciati nel 2010 con Biutiful, un film più o meno guardabile ma assai poco interessante, con ogni probabilità il suo peggior lavoro. A distanza di quattro anni, il regista ritorna più carico che mai, questa volta anche nelle vesti di sceneggiatore e produzione. Un ritorno spettacolare quanto sorprendente, dato che in un film del genere possiamo trovare tutto, meno quello che uno effettivamente si aspetterebbe dal regista.
Conoscevate l’Inarritu dei piani temporali sfalsati, dei flashback e delle prolessi, dei montaggi frenetici e delle storie tragiche e toccanti?
Tutto diverso: Vedrete un intreccio narrativo completamente in ordine cronologico, dei piani sequenza, della comicità imprevedibile e dissacrante. Sostanzialmente, vedrete un nuovo Inarritu, capace di tentare nuove strade e di emanciparsi dalle sue opere passate, un po’ come cerca di fare il protagonista del suo film. Un regista che dunque si dimostra incredibilmente versatile.
E la versatilità del regista non è l’unica grande sorpresa del film, ad essa si aggiungono un’ottima performance da parte di Emma Stone, che dimostra definitivamente che oltre ai ruoli da cassetta nei film di serie Z quali Gangster Squad o The Amazing Spiderman, diretta bene in un film del genere è capace di recitare come un’attrice degna di questo nome, con un’interpretazione forte e decisamente realistica, che contribuisce a rendere inspiegabile l’estrema stima che oggi, parlando di giovani attrici, è riposta in Jennifer Lawrence.
Ora, parliamo di premi Oscar, dato che siamo in tema. Fate attenzione, voi che leggete, al fatto che questa recensione sia stata scritta diverse ore prima della premiazione, onde per cui ora, nello scrivere, sono completamente ignaro di chi avrà vinto cosa.
Pur essendo io, vostro affezionatissimo recensore, un dichiarato fan di Wes Anderson, e sperando fino alla fine che quest’ultimo riesca ad arraffare qualche statuetta con il suo Grand Budapest Hotel, non mi rattristerei affatto nel vedere Inarritu onorato con il premio alla miglior regia. Potrebbe meritarlo sì e no quanto W. Anderson, i loro stili e intenti erano ben differenti, ma mentre quest’ultimo in GBH non ha fatto che riproporre, seppur in maniera più matura e decisa, i canoni che caratterizzano il suo stile di regia da quindici anni, Inarritu è stato capace di mettere in discussione se stesso, e presentarsi con uno stile nuovo e completamente reinventato.
Più che degno dell’Oscar è anche Michael Keaton, che regge un personaggio piuttosto complesso in lunghe e interminabili sequenze, come solo i migliori attori di teatro sono capaci di fare. Inoltre, si dimostra in grado di far ridere senza mai ricorrere a buffonaggini scontate o macchiettistiche, ma tenendo sempre quel velo di realismo che si stende per tutto il film. Altra pregevole performance è quella di Edward Norton, nei panni del personaggio più metateatrale di tutta la pellicola. Un eccentrico attore che si rende conto di sentirsi sincero solo in scena. Ci sarebbe molto di più, ma non vorrei risultare tedioso o rovinare il film a chi legge e ancora non ne ha preso visione.
Per la sceneggiatura, invece, non consegnerei il premio. Benché sia effettivamente strepitosa, e contenga numerosi elementi di meta cinema, meta teatro, personaggi piuttosto pirandelliani, e in un monologo interiore del protagonista si sfiora il contatto con Nietzsche, la sceneggiatura risente di inequivocabili influenze che la rendono talvolta fin troppo somigliante a quella del Cigno Nero di Aronofsky (nonché evidenti citazioni a Lynch, ma quelle sono solo un pregio). Dunque, se Il Cigno Nero, che aveva una sceneggiatura più o meno costruita sulle stesse tematiche, sugli stessi risvolti e quasi sullo stesso finale di Birdman (Perfino l’alter ego del protagonista, in entrambi i casi, è un pennuto), non aveva vinto un premio per essa, non mi sembrerebbe intellettualmente onesto premiare quella di Birdman, per quanto bella sia.
Voto: 8/10
Consigliato: Assolutamente sì, chi non lo vede rimarrà affetto dall’imprevedibile virtù dell’ignoranza.
Recensione realizzata da Fabio Osvaldo Carta

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