domenica 22 dicembre 2013

La mafia uccide solo d'estate [Recensione]

La mafia uccide solo d'estate

Quando uno ha talento, presto o tardi questo viene fuori, c’è poco da fare.
Dico presto o tardi perché in questo caso, a 40 anni già compiuti. Pierfrancesco Diliberto si cimenta per la prima volta dietro la macchina da presa con risultati straordinari.
Oddio, non è proprio la prima volta dato che molti lo conoscono principalmente (o solamente) grazie al suo straordinario programma “Il Testimone” in cui lui con il supporto di una telecamera digitale vaga in giro principalmente per la sua amata Palermo contestandone le stranezze ed esaltandone le bellezze, e che ad opinione di chi scrive è l’unico barlume di luce in quella fogna cupa e piena di merda che è la televisione italiana. 


La Mafia Uccide Solo d’estate, sostanzialmente, parla di questo:
Arturo ha pochi anni e un segreto romantico che condivide con Rocco Chinnici, giudice e vicino di Flora, la bambina che gli ha incendiato il cuore. Nato a Palermo, Arturo è stato concepito il giorno in cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella e altri due uomini della famiglia Badalamenti, uccisero Michele Cavataio vestiti da militari della Guardia di Finanza. Da quel momento e da che si ricordi la sua vita, spesa a Palermo, è stata allacciata alla Mafia e segnata dai suoi efferati delitti. Cresciuto in una famiglia passiva, in una città 'muta' e tra cittadini incuranti dei crimini che abbattono i suoi eroi in guerra contro la Mafia, Arturo prova da solo a produrre un profilo e un senso a quegli uomini contro e gentili che gli offrono un iris alla ricotta (il commissario Boris Giuliano) o gli concedono un'intervista (il Generale Dalla Chiesa). L'unico che proprio non riesce a incontrare, ma di cui ritaglia e colleziona foto dai giornali, è il premier Giulio Andreotti, che da una trasmissione televisiva gli impartisce un'ideale lezione sentimentale da applicare al cuore della piccola Flora. Gli anni passano, la Mafia cresce in arroganza e crudeltà e i paladini della giustizia vengono falciati, sparati, esplosi. Soltanto Arturo rimane uguale a se stesso, ossequiante e 'svenduto' in una televisione locale e nella campagna elettorale di Salvo Lima. Ma la morte di Giovanni Falcone e quella di Paolo Borsellino lo risveglieranno da un sonno atavico e dentro una città finalmente cosciente.

Devo essere sincero, aspettavo molto questo film, essendo la criminalità organizzata un argomento che mi tocca molto da vicino e che fa parte della vita di tutti i giorni nell’ambiente in cui vivo, ma qui ho trovato qualcosa di più della solita commiserazione stupidamente autoreferenziale e nostalgica dei registi “provinciali” (vedi un certo Tornatore, ehm ehm) siciliani, qui c’è qualcuno che i fatti li sa raccontare rispettando si la storia, ma con un tocco personalissimo che delizia sin dalla prima visione.  
Ci rendiamo conto di come Pif sia un autore maturo (è da anni che è in televisione), paradossalmente, da come riesce a prendere alla “leggera” ed in maniera favolistica ma al contempo amara un argomento come la Mafia, che in ambito cinematografico non ha sempre dato risultati definibili come entusiasmanti.
Le idee di regia ci sono eccome, il cast è di una bravura immensa ed il film non ha nulla da invidiare ad altri film di questa stagione cinematografica ben più osannati e degnati di attenzione. 


VOTO: 8.5

CONSIGLIATO: ASSOLUTAMENTE
     
                                                                Recensione a cura di Mauro Pagano

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