L’UOMO CELEBRATO PER I SUOI LIMITI
“Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l'avrete.” Lester Burnham (Kevin Spacey)
Siamo alla fine di un decennio, alla fine di un secolo, alla fine di un millennio. In altre parole, è il 1999.
Per quanto sia usanza comune (e per certi versi piuttosto infondata), demonizzare i 90s come il decennio nero del Cinema, è difficile tapparsi gli occhi di fronte all’importanza di quest’anno in particolare, un anno che segna il cinema di fantascienza con l’uscita di Matrix ed eXistenZ, un anno che vede il debutto della coppia Jonze/Kaufman con Essere John Malkovich, l’uscita del forse capolavoro Magnolia, firmato Paul T. Anderson, e per concludere, il debutto alla regia di un certo Sam Mendes, che con il suo American Beauty darà una scossa al cinema americano, facendo strage di premiazioni agli Academy Awards dell’anno seguente.
Oggi parliamo di American Beauty. Di che cosa si tratta?
In sostanza, di tre cose: American Beauty è in parte una commedia, possiede un lato evidentemente brillante, e si tratta di un film piuttosto leggero. American Beauty è anche un dramma, il racconto di una storia profonda e nel suo piccolo tragica, una storia per cui nessuno spettatore, data la realtà nel suo modo di essere rappresentata, potrebbe evitare di immedesimarsi.
Inoltre, American Beauty rappresenta uno degli affreschi più veritieri di due generazioni distinte, dove l’analisi sociale è incentrata in una della basi fondamentali della società stessa: Il Nucleo Familiare.
La forza e la bellezza di questo film stanno, principalmente, nell’essere riuscito a rappresentare qualcosa di vero, qualcosa che poteva essere valido nel ’99 come oggi stesso, l’aver portato in scena dei personaggi emblematici (ma non stereotipati, attenzione), in grado di raccontare ognuno con realisticità le dinamiche delle ultime due generazioni, quella a cavallo tra il 1900 e il 2000. Tra i “grandi” notiamo l’ipocrisia del capofamiglia conservatore (Frank), il finto perbenismo borghese (Carolyn), la crisi di mezza età assieme alla disperata ricerca della realizzazione in quanto individuo (Lester), mentre tra i “giovani” abbiamo lo smarrimento e la crisi adolescenziale (Jane), l’insicurezza e il timore dell’anonimato (Angela), la solitudine di un ragazzo che non riesce a esprimere la sua sensibilità (Ricky).
Tutto l’intreccio ruota attorno a questi personaggi, in particolare Lester Burnham, interpretato da Kevin Spacey (ruolo che tra l’altro gli valse la seconda vittoria consecutiva agli Oscars). Lester, come lui stesso ci dice nel monologo d’apertura, è un uomo di 42 anni, sposato e padre di una figlia adolescente. Da 14 anni lavora come impiegato in una rivista, è totalmente insoddisfatto della sua vita, tra una professione da cui non si sente valorizzato, un matrimonio che di tale ha solo il nome, una figlia irrimediabilmente distante, e la sega nella doccia, a sua detta apice della sua routine.
Prendendo coscienza, durante la sua crisi di mezz’età, del suo totale fallimento come individuo, il personaggio prende in mano la sua vita, e attua una vera e propria rivoluzione.
Raccontando la vicenda di Lester Burnham, lo sceneggiatore Alan Ball e il regista Sam Mendes compiono una vera e propria indagine sui valori del ceto medio, indagine che ne metterà in luce l’ipocrisia e le contraddizioni.
Nel corso del film, il protagonista finisce per rimanere ossessionato da una coetanea della figlia, che via via diventerà il suo “sogno segreto”, una sorta di evasione dalla frustrazione del matrimonio con Carolyn (Annette Bening), agente immobiliare ipocrita e superficiale, la cui ossessione sta invece nell’apparenza e la ricerca della perfezione estetica: Questa è mia moglie, Carolyn. Vedete come i guanti su quelle cesoie armonizzano con gli zoccoli da giardino? Non è un caso. Sono le parole di Lester nel presentare la consorte agli spettatori, non a caso ritratta, come presentazione del suo personaggio, nell’atto di spuntare le rose. Particolarmente incisiva sulla caratterizzazione di Carolyn è la “scena del divano”, nella seconda metà del film, in cui si evidenzia come riesca a pensare, anche baciando il marito, al pericolo che quest’ultimo possa accidentalmente versare della birra sul divano.
Un altro personaggio incredibilmente satirico è rappresentato dal vicino di Lester, il colonnello Frank Fitts, un uomo ossessionato dalle regole e dalla marzialità, dietro il quale si celano parecchie insicurezze, che sfoga con l’aggressività e l’astio per chi considera immorale, come i drogati o addirittura gli omosessuali.
In tutto questo contesto opprimente, i vincenti sono quelli che riescono a sovvertire il loro microsistema, emancipandosi dal dogma sociale: Lester e Ricky.
Utilizzando Angela come suo “sogno segreto”, Lester riesce in primis ad emanciparsi da una moglie che lo tiene al guinzaglio, e conseguentemente sfidare i suoi datori di lavoro, liberandosi definitivamente della sua tediosa e inappagante professione. L’infatuazione verso Angela inoltre lo porta a rimettersi in discussione anche con il proprio corpo, rimettersi in forma per apparire nuovamente bello. Insomma, l’idealizzazione di Angela lo porta sempre di più a vivere secondo degli obiettivi imposti da nessun altro che se stesso: Lester torna ad essere il protagonista della sua vita.
Dall’altra parte, Ricky riesce a ribellarsi alle regole conservatrici del padre, mettersi in gioco e finalmente condividere la propria profonda sensibilità con l’unica che può capirlo: Jane, la figlia di Lester.
Ora, registicamente non si tratta di un’opera di particolare valore, pur non essendo neanche equiparabile alla media del cinema americano. Ci sono sequenze parecchio apprezzabili, l’intro stesso del film è un esempio. L’inquadratura della famiglia Burnham a cena, che con una sola immagine comunica tutto il disagio e l’incomunicabilità fra tre estranei in casa propria, è ormai entrata nella storia assieme alla vasca con i petali di rosa, probabilmente l’immagine più famosa del film.
Ciononostante, Sam Mandes non ha più diretto un film che valga il suo debutto, né Kevin Spacey, Annette Bening, Chris Cooper, Wes Bentley o Thora Birch hanno mai realizzato qualche interpetazione che valga quelle in American Beauty.
Alcuni lo sopravvalutano dandogli del capolavoro a man basse, altri si limitano a liquidarlo come “sopravvalutato, filmetto.”. La verità è che, pur non trattandosi di un capolavoro, American Beauty è un film entrato nella storia del cinema, non ha cambiato niente dal punto di vista creativo, ma non per questo non dispone di una rara e ricercata qualità: La Bellezza.
Voto: 8/10 (che vorrebbe essere un 10/10, ma mi rendo conto che obiettivamente non sta in cielo né in terra)
Consigliato: Chi non l’ha visto si vergogni, perché è una pessima persona.
Recensione realizzata da Fabio Osvaldo Carta



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