LE AVVENTURE INTERSTELLARI DEL SIGNOR C. NOLAN
Un’audace sceneggiatura fatta di fisica teorica e forti messaggi di speranza verso l’umanità intera, un regista d’avanguardia, tecnicamente superiore a qualsiasi suo contemporaneo, capace di regalare il suo tocco artistico e la sua firma d’autore a qualsiasi inquadratura, sequenza, campo o zoom, una fotografia d’eccezione, degli effetti visivi spettacolari mai visti prima, la certamente miglior interpretazione che McConaughey abbia mai potuto offrire, e una delle migliori di Michael Caine, forse seconda solo al celebre capolavoro “The Dark Knight Rises”, dove quest’ultimo esegui l’iconico monologo del Fernet Branca, ma soprattutto, uno dei più stupefacenti e apprezzabili finali della storia del cinema, rendono Interstellar non solo il miglior film di fantascienza degli ultimi 30-40 anni, ma soprattutto un’opera filosofica sintetizzata in pellicola, che aprirà la mente di qualsiasi spettatore, consentendone un’immediata crescita morale e un istantaneo apprendimento dell’astrofisica elementare secondo Nolan.
Capolavoro
Voto: 9.9/10 (Perché 10 si da solo a The Dark Knight)
Consigliato: A tutti, grandi e piccini, e pure ai piccioni del parco.
Ora, se al fanzo di Nolan medio queste quattro stronzate bastano, egli potrà considerare la recensione finita qui, cessare di leggere l’articolo e andarsene tutto soddisfatto di aver letto l’ennesima esaltazione a caso del suo mito.
Chi invece vorrebbe conoscere sinceramente l’opinione del sottoscritto, può anche continuare a leggere.
Dunque, chiunque abbia bazzicato un po’ di tempo sulla pagina di Empire Of Cinema, saprà che il mio rapporto con il signor Nolan è piuttosto difficile: Mi piacciono molto alcuni suoi film, altri mi piacciono di meno, altri mi ripugnano, i suoi fanzi mi fanno vergognare di essere umano. Ma ora parliamo di Interstellar.
Interstellar è un’enorme produzione (165.000.000$) per la durata di tre ore. La cosa che mi ha colpito di più, ancora prima di vedere il film, è stato il paragone che tutti quelli che lo vedevano prima di me facevano con 2001 di Kubrick. Paragone in parte azzeccato, in quanto Interstellar altro non è che una gigantesca Odissea nello spazio, ma se escludiamo l’ambientazione spaziale, sarebbe veramente molto più simile all'Odissea omerica che al film di Kubrick, con il quale non c’entra assolutamente nulla.
La trama è meno complicata di quanto possa sembrare: Matthew McConaughey è un ex pilota della Nasa, ora agricoltore, vedovo e Pater Familias, in un futuro prossimo in cui il nostro pianeta è afflitto da una piaga, che consuma progressivamente le nostre riserve vegetali, comportando gravissime carestie e la prossima estinzione del genere umano. Dopo aver trovato, apparentemente per caso, delle misteriose coordinate in codice binario nella stanza della figlia, McConaughey tramite queste scopre una base segretissima della Nasa, che in pochi minuti di dialogo forzatissimo ai limiti del ridicolo lo selezione come guida per una missione nello spazio, volta a salvare la specie umana dall'estinzione.
Ora, chiunque dopo questo film (ma anche già dopo Inception e TDKR) consideri Nolan un ottimo sceneggiatore, ha un’idea parecchio bizzarra su come una sceneggiatura debba essere, perché qui è pieno di passaggi nell'intreccio che se li chiamassi forzati sarebbe un eufemismo. A cominciare dal primo dialogo tra Caine e McConaughey, passando per i discorsi pseudo quantistici sull'amore pronunciati dalla Hathaway, per poi cascare nel più che cliché monologo del cattivo di turno, che cercando di ammazzare McConaughey cercherà di spiegargli come meglio può il suo piano e la sua visione del mondo, così da dargli la possibilità di fermarlo in caso sopravvivesse, fino all'utilizzo di dialoghi dozzinali imbarazzanti, a volte apparentemente per il gusto di rovinare le sequenze migliori del film, come quando, cercando di agganciarsi al corpo centrale della nave, seppur irrimediabilmente danneggiata, in una manovra rischiosissima e ricca di suspance, la Hathaway e McConaughey si scambiano un terribile:
“-Ma è impossibile!
-No, è necessario.”
Che è un po’ il classico ragionamento di Nolan quando scrive, e si accorge che quello sullo script non sta né in cielo né in terra ma ahimé, è necessario che accada affinché il film finisca come vuole lui.
E purtroppo, come l’ha voluto lui, non per tutti si tratta di un finale coi fiocchi.
Un finale forse non troppo coerente, anche se non ai livelli di TDKR, in cui dopo due ore e mezza di ragionato realismo (esclusi certi dialoghi che di realistico hanno meno di un film di Rodriguez), Nolan si da alla metafisica pura, spiegando con uno dei suoi classici “spiegoni” tutto quello che abbiamo visto fino a questo punto con un paradosso spazio-temporale. In pratica, non solo il protagonista si manda le coordinate della Nasa al se stesso del passato, prima che il se stesso del passato sia effettivamente partito, e quindi la partenza nello spazio diventa causa di se stessa (poi come queste coordinate siano finite originariamente a McConaughey è un altro discorso, ma vabbe’, facciamo che non c’è un origina ma la vita è un ciclo e pariamoci il culo, come piace a Nolan), ma scopriamo anche che la struttura quadrimensionale all'interno del buco nero in realtà è opera degli umani del futuro. Questo però ha poco senso, dato che gli umani del futuro devono la loro esistenza alla partenza degli umani del passato dalla terra alle stazioni spaziali, che a loro volta devono la loro partenza alle informazioni che McConaughey trasmette da questa struttura quadrimensionale. Anche qui torna il circolo vizioso del paradosso, a cui noi possiamo dare attestazione più o meno a quanto ne daremmo a Futurama, quando ci dicono che Fry è il nonno di sé stesso.
È che però il finale non si ferma qui, ma (SPOILER), questo dal buco nero ci esce, e ci esce vivo, e lo recuperano. E una volta condotto dalla figlia, che non lo vede letteralmente da un secolo, dopo un misero “Gli hai detto che mi piace l’agricoltura!”, la figlia lo manda via, consigliandogli di riprendere il suo viaggio appena sospeso, alla ricerca della Hathaway attraverso galassie sconosciute e inesplorate. Ragazzi, questa è l’Odissea di Omero, solo scritta un po’ più hollywoodianamente.
Ma punti positivi, questo film ne ha? Eccome!
La sceneggiatura è forzatissima e per buona parte frastagliata da buchi, questo è vero, ma Nolan è comunque riuscito a creare buoni rapporti tra i personaggi, ragionando particolarmente sul tema della famiglia, esplorato molto nel rapporto tra il protagonista e i due figli, che completamente diversi, crescendo prenderanno strade opposte, e in quello tra Caine e la Hathaway. Abbastanza verosimile e più che accettabile è il clima da equipaggio all'interno della nave spaziale, e sarebbe discretamente interessante il rapporto uomo-macchina che si instaura con l’intelligenza artificiale di bordo, se non fosse che qualcuno qualche anno prima l’aveva già fatto, e anche meglio (vedi Moon).
La regia è molto buona, forse si parla della più raffinata e pulita che Nolan abbia sviluppato finora, e riesce a destreggiarsi in spettacolari sequenze spaziali, dove da il suo massimo. A mio parere, uno degli apici di regia nel film è la partenza stessa della nave, un altro è l’entrata nel warmhole, un altro è il combattimento nei ghiacciai, con chiarissimi riferimenti al precedente Batman Begins, un altro, e forse il migliore, è l’attracco di fortuna nella nave danneggiata. Un altro ancora, a dirla tutta, sarebbe la parte nel teseratto dimensionale, e la sua dissoluzione finale, ma lì lo spiegone è talmente pesante e scemo che distoglie l’attenzione dall'ottima regia.
La fotografia è ottima e definita, come in ogni film di Nolan, che come sempre vanta un ottimo comparto tecnico anche negli effetti sonori e visivi, escluso saturno palesemente disegnato, monodimensionale e inguardabile.
Alla colonna sonora invece abbiamo uno svogliatissimo Hans Zimmer che ormai è diventato la parodia di se stesso, noiosissimo e ridondante, forse ci troviamo di fronte a uno dei peggior lavori di tutta la sua carriera di compositore.
Voto: 7/10
Consigliato: Sì.
Capolavoro? Manco per il cazzo.
Recensione realizzata da Fabio Osvaldo Carta




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