BOH!
Mi accorgo di quanto possa essere vago e insignificante un titolo del genere, per qualsivoglia recensione. La verità, cari fanzi, lettori, amici, haters, Christopher Nolan o chiunque altro stia leggendo queste mie frasi alla rinfusa, è che qui si tratta di uno dei film di cui sinceramente non so’ cosa pensare. Sti cazzi, oggi cercherò di capirlo insieme a voi.
Wolverine- L’Immortale è il secondo spin-off dedicato a Wolverine della fortunata saga degli XMen, gli eroi tratti dal fumetto di casa Marvel, prodotta dalla Century Fox. Regia affidata a James Mangold (Cop Land, Kate And Leopold), che si avvale di un cast di cortesi sconosciuti del cinema nipponico, eccezion fatta per la star australiana Hugh Jackman e qualche guest star trafugata dagli episodi canonici del franchise.
Trama in pillole: Un vecchio pezzo grosso dell’industria giapponese chiama Wolverine per sottrargli il potere dell’immortalità, poi muore lo stesso. Tutti tentano di ammazzare sua nipote, e Wolverine prende tutti a mazzate, ma viene temporaneamente privato dei suoi poteri. Ciò lo renderà in parte più vulnerabile, ma di conseguenza più feroce, più disperato e più deciso a portare a termine la sua nuova avventura, ammazzare i cattivi, scoparsi la nipote del vecchio e tornare a casa sano e salvo.
La trama in effetti è un po’ un melting pot di elementi del cinema action più tamarro alla Seagal, unite al contesto supereroistico del genere e a qualche bizzarro e probabilmente fallimentare tentativo di introspezione.
Cosa funziona? A mio avviso, la parte tamarra. Se c’è qualcosa che si possa apprezzare di un film simile, sta in Hugh Jackman che prende ad artigliate la Yakuza, sale sui treni in corsa, duella con samurai giganti di adamantio con spade incandescenti, e soprattutto le sue rispostacce tamarre all’inverosimile, per intenderci:
“-Come facevi a sapere della piscina di sotto?
-Non lo sapevo.”
Insomma, da un cinecomic come questo mi aspetto solo ignoranza come se non ci fosse un domani, stupidità, popcornismi e americanate portate all'esasperazione. E attenzione, ho scritto “un cinecomic come questo”, tanto per chiarire che i cinecomic non sono tutti uguali, e se guardo Wolverine-L’Immortale non ho le pretese che potrei avere guardando uno Spiderman di Raimi, come un Batman Begins o, tanto per stare in tema, un XMen.
Sì, ci tengo a precisare che, per come stanno le cose, è oltremodo impossibile mettere sullo stesso piano la saga canonica degli XMen con gli spin-off su Wolverine, gli obiettivi sono diversi, ed è completamente diverso il modo di fare cinema.
Tornando a noi, quando fai un film del genere, le cose son due: o sei Chan-Wook Park, e puoi fare un film poetico, profondo e introspettivo, ma allo stesso tempo folle e ricco di botte, o, se non sei un autore di un certo calibro, vai sul sicuro e prendi una strada.
Questo film però non prende una strada, ne prende diverse centinaia. A tratti mi mostra l’ignoranza più esasperata, poi di colpo diventa triste, malinconico e deprimente, poi di nuovo ignoranza, e una volta ogni tanto ci schiaffa pure qualche misero tentativo di introspezione (Ma solo nei confronti di Wolverine, gli altri sono tutti personaggi archetipi messi lì a fare il loro lavoro).
Dunque, prendendo mille strade diverse, il film finisce nel perdersi, diventare incoerente ed a tratti imbarazzante, James Mangold non sempre si trova a suo agio, anche se un piccolo plauso per il combattimento sul treno proiettile credo lo meriti.
Riassumendo, si tratta di un film estremamente vuoto, che sarebbe potuto essere un discreto film di intrattenimento, ma ha voluto tentare di essere un po’ più profondo, non riuscendoci, pur senza risultare eccessivamente stupido, infantile e ridicolo come gli attacchi di panico di Tony Stark in Iron Man 3 (che Mandarini a parte, chiariamoci, è un grandissimo film del cazzo).
Ergo, Mangold tenta di volare troppo vicino al sole, si brucia le ali, ma siccome come regista action non è così disgraziato, si salva in extremis a nuoto.
Voto: 5
Consigliato: Se non c’è altro, potrebbe essere un discreto modo di passare la sera a cervello spento.
Recensione realizzata da Fabio Osvaldo Carta



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