martedì 25 febbraio 2014

La Grande Bellezza [Recensione]

La Grande Bellezza

Il film è ambientato e interamente girato a Roma. Dame dell'alta società, parvenu, politici, criminali d'alto bordo, giornalisti, attori, nobili decaduti, alti prelati, artisti e intellettuali veri o presunti tessono trame di rapporti inconsistenti, fagocitati in una babilonia disperata che si agita nei palazzi antichi, le ville sterminate, le terrazze più belle della città. Ci sono dentro tutti. E non ci fanno una bella figura. Jep Gambardella, 65 anni, scrittore e giornalista, dolente e disincantato, gli occhi perennemente annacquati di gin tonic, assiste a questa sfilata di un'umanità vacua e disfatta, potente e deprimente. Tutta la fatica della vita, travestita da capzioso, distratto divertimento. Un'atonia morale da far venire le vertigini. E lì dietro, Roma, in estate. Bellissima e indifferente. Come una diva morta. 







Parto col presupposto di vedere “uno dei migliori film dell’anno” ed entro in sala. 

“Un biglietto per La Grande Bellezza” chiedo all’uomo dei biglietti, come da prassi. “Sorrentino non mi piace” penso tra me e me “ma diamogli un’altra chance” .

Mi accomodo in sala, libero la mia mente da ogni pregiudizio verso il regista napoletano e 142 minuti dopo ne esco.

Ancora oggi, a distanza di mesi, ripenso al film.

E voi che leggete direte: “Beh, gli rimane in testa dopo mesi, quindi gli è piaciuto!”

Beh, il problema è che sì ripenso al film, ma ne ho cattivi ricordi. 



Senza giri di parole, ho trovato il film ingiustamente sopravvalutato. Paragoni alla Dolce Vita a destra a manca, robe da far rizzare i capelli in testa a Claudio Bisio. 

Si ripresentano i soliti problemi di Sorrentino: regia pretenziosa e autocompiacente fino allo sfinimento, altezzosa quasi, come il modo in cui la sceneggiatura (neanche lei esattamente meravigliosa) si avvicina e ci mostra i personaggi. Sembra quasi che il regista mostrandosi freddo e distaccato voglia in un certo senso darsi un tono, un intellettualismo che astratto è e, purtroppo, astratto rimane, risultando difficile da digerire ed incredibilmente falso.

Inutile dire che i pregi ci sono. Immancabilmente eccezionale Toni Servillo, che dà le (poche) sfumature adatte per farci conoscere il personaggio di Jep, che comunque non ci entra nel cuore, non conquista, proprio per i problemi di scrittura di Sorrentino.

Sarebbe da ignoranti dire che la tecnica non c’è, anzi ce n’è anche troppa spesso, ma resta comunque meraviglioso il ritratto estetico di Roma che ci viene offerto.

Deluso e amareggiato dal film, c’è da dire che comunque l’Oscar lo vincerà indubbiamente , a discapito di film ad opinione del sottoscritto ben più meritevoli (Il Sospetto, ehm ehm), e se non altro regalerà all’Italia un’altra statuetta che da troppi anni mancava.



Voto: 5
Consigliato: Sì, va necessariamente visto più per “l’importanza” che per l’effettiva qualità.

Recensione realizzata da Mauro Pagano

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