venerdì 9 maggio 2014

Grand Budapest Hotel [Recensione]


IL CAPOLAVORO DI WES ANDERSON 


Premetto che, come sempre, sto esprimendo pareri soggetivissimi. Se qualcuno è fan di Wes Anderson e per lui il suo capolavoro è Moonrise Kingdom, o Royal Tenenbaums o Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou, ben venga, perché sono tutti grandi film. Ma veramente, la visione di quest'ultimo mi ha lasciato di tutto, uno dei pochissimi film recenti ad avermi letteralmente scosso e colpito nel profondo, ridandomi sensazioni che non provavo dai tempi di Cloud Atlas (ovvero l'anno scorso). 

Scritto e diretto dal geniale Wes Anderson, parliamo di Grand Budapest Hotel, datato 2014. Il film parte con l'antica tecnica della "storia nella storia", uno scrittore racconta di sé stesso giovane, a cui venne raccontata a suo tempo una storia durante un viaggio in Europa orientale: la storia di come un umile fattorino divenne l'uomo più ricco d'Ungheria. Nuovo salto temporale, siamo negli anni '30. La vicenda verte attorno a due uomini del personale del Grand Budapest Hotel: Monsieur Gustave (Ralph Fiennes), professionale, affascinante ed eloquente concierge dell'hotel, e Zero, giovane immigrato da poco entrato in servizio. Dopo una breve e simpaticissima presentazione dei personaggi, Wes punta sull'evoluzione del rapporto dei due protagonisti, prima prettamente professionale, poi complice e via via sempre più affettivo. Dopo la morte di una anziana ricca cliente dell'Hotel e la conseguente lettura del suo testamento, verranno alla luce scomode verità riguardanti Gustave ed il suo rapporto con la vecchia donna, e la sua inclusione nell'eredità lo porterà ad una serie di eventi rocamboleschi tra la commedia e il drammatico. 

Perché PER ME si tratta del capolavoro di Wes? Io penso (anche se molti autori riescono a fare il loro capolavoro a inizio carriera, come Tarantino) che dopo una serie di grandi film, un autore riesca ad acquisire maturità e sicurezza, ma sopratutto a imparare da se stesso e ispirarsi agli esperimenti del passato. Tutto quello che funziona nel passato di Wes è stato inserito: l'ironia pungente con velata amarezza e malinconia, tipici del Wes di Tebenbaum e Zissou, sono unite al Wes più maturo di Moonrise Kingdom, dal quale viene ripresa la tenerezza quasi ingenua nei rapporti tra alcuni personaggi, nei quali emerge una sorta di purezza infantile. Anche i temi che Wes affronta sono già stati trattati da lui in passato. Il più ricorrente in Wes è sicuramente il rapporto Padre-Figli, che emerge anche qui tra Monsieur Gustave, che dopo essere stato un insegnante e poi un mentore per l'orfano Zero, ne diviene via via una sorta di genitore. Il rapporto paterno che si viene a creare nel corso del film è qualcosa che riesce a essere dolce, senza mai scadere nelle scontatezze delle frasi da bacio perugina e del sentimentalismo gratuito. Allo stesso modo viene trattata anche una piccola e apparentemente di contorno love story tra Zero e una giovane panettiera, e qui i richiami a Moonrise Kingdom si fanno sentire, anche se in una versione più matura che d'altronde non perde il fascino della purezza ingenua tipica dei bambini. 


Grand Budapest Hotel è un film che intenerisce e commuove? Sì, ma non solo. Lo humour di Wes Anderson, anch'esso mai scontato, è onnipresente. Alcune scene fanno ridere semplicemente per come le ha dirette, altre fanno ridere per la vivacità delle battute, anch'esse fin troppo azzeccate. Non manca neanche lo humour nero, stavolta maggiore rispetto ai lavori passati: molte delle scene più esilaranti riguardano omicidi, razzismo, depravazione e una buona dose di satira. Come sempre, lo humour Andersoniano è condito con una salsa amara, lasciando sempre allo spettatore una sorta di sorriso malinconico. Tutto sommato la regia non è molto diversa dal Wes Anderson che si è andato creando con gli anni, e forse per chi vede il film senza conoscere il buon Wes potrebbe sembrare (e a ragione) un approccio artistico molto particolare, se non bizzarro. I personaggi inquadrati in gruppo come se fossero in posa per una fotografia, frequenti piani sequenza alternati da inquadrature in rapida successione degli oggetti di scena. È interessante poi vedere come Wes Anderson riesca a girare una scena d'azione con sparatoria fregandosene altamente del classico canone delle sparatorie nel cinema convenzionale.. E questo rende le scene d'azione dei suoi film (seppur rare) uniche e fantastiche. 
Inoltre, come al solito da Royal Tenenbaums in poi, scenografia e costumi curatissimi la fanno da padroni, ancora una volta si ricorre spesso ai colori più accesi, e ancora una volta abbiamo personaggi contemporaneamenteparodici e sopra le righe, ma in cui troviamo sempre qualcosa di vero e attuale, che ci permette di specchiarci in loro. 
Ah già, il cast. Il Cast è uno dei migliori mai visti in un solo film. Fiennes a parte, si può dire che tutti interpretino ruoli corali, ma in una sceneggiatura di Anderson molti personaggi "di contorno" hanno comunque tantissimo da dare, io personalmente penso che neanche illustri personalità come Tarantino siano al suo livello in quanto scrittura di personaggi. In piccoli ruoli quindi ritroviamo Jeff Goldblum, un viscidissimo Adrien Brody, un inquietante Dafoe, Harvey Kietel nel ruolo di un duro ma onorevole carcerato, Edward Norton nell'insolito ruolo del deficiente, più immancabili cameo di Owen Wilson e Bill Murray (presenti in quasi tutti i film di Anderson). 


Voto: 8.5 
Consigliato: Amate Anderson? Sì. Non conoscete Anderson? Vedetevelo e vi si aprirà un mondo. Conoscete Wes Anderson e non vi piace? Siete cattive persone

                                        Recensione realizzata da Fabio Osvaldo Carta

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