New York, 1973. Charlie è un trentenne diviso tra l’aspirazione all'arrampicata sociale con l’aiuto di uno zio mafioso, l’amore per la cugina epilettica Teresa e la volontà di prendersi cura del cugino di lei, Johnny Boy, un mattacchione insofferente a qualsiasi regola di comportamento. Charlie si muove per le strade del suo quartiere, Little Italy, tra debiti, risse e scorribande notturne, alla vigilia della festa di San Gennaro. Con lui ci sono anche Tony, titolare del bar che funge da ritrovo fisso del gruppo, e Michael, l’arrogante e il permaloso della compagnia, pronto a tutto per di dare una dimostrazione di forza.
Ci sono certi film che non si accontentano di essere capolavori semplici, di quelli che un po’ di anni dopo li rivedi passare in TV e dici tra te e te “Toh guarda, quel film bello di tanti anni fa…”
No, certi invece ti fanno il torto di infilarsi nel tuo cervello e non uscirne più, e di continuare a farti passare notti insonni persino giorni, settimane, mesi, anni dopo che li hai visti la prima volta. Chiunque vede Mean Streets non sente solo sé stesso cambiato, ma anche il proprio modo di concepire il cinema in quanto espressione artistica, perché se prima esistevano delle “regole” o dei canoni su cui l’atto di “fare” un film si basava, qui vediamo un giovanotto trentenne proveniente da Little Italy prenderli e stravolgerli totalmente.
Martin Scorsese era al suo terzo film dietro la macchina da presa, dopo un debutto buono e un film discreto, il che gli garantiva una sorta di libertà artistica maggiore dovuta al relativo anonimato del suo nome. La trama infatti, per quanto semplice, lascia presagire molte delle tematiche base del cinema di quello che oggi è forse il più grande regista di sempre. L’uomo con moralità dubbia ma dal cuore buono, pervaso da dubbi di ogni tipo, il “bad boy” la cui redenzione viene interrotta da un evento determinante, e soprattutto la descrizione della Mulberry Street e della Little Italy in generale dei ’50 e ’70 come una sorta di casa spirituale per i protagonisti e come una scuola di vita, tutti elementi che ritroviamo nella maggior parte delle pellicole ambientate in “giungle urbane”.
A dir la verità, lo stile registico è forse ancora un po’ acerbo, ma è proprio questo che rende la pellicola autentica e vera in ogni suo fotogramma. Un paio di sequenze entrate nella storia, un cast di future star e una sceneggiatura pressoché perfetta, e il gioco è fatto, avrete il grande film che è Mean Streets.
Harvey Keitel è la perfetta incarnazione dell’immigrato siciliano medio: timorato di dio, dopo la rituale messa della domenica mattina e le preghiere diventa un uomo di strada, dedito al contrabbando, la droga e il sesso facile, pur amando molto la sua fidanzata e mantenendo sempre la razionalità che lo fa sembrare di fianco a Johnny Boy, lo scapestrato personaggio interpretato da un giovanissimo Robert De Niro in veste stratosferica, quasi una figura paterna. Ma è forse proprio quest’ultimo il personaggio in cui ci si ritrova di più, alla fine. Abbonato ai debiti e dipendente dal gioco d’azzardo, questo affabile bonaccione e “monello” si rivela anche il personaggio più profondo, quello che ha il sottotesto più approfondito e chiaro.
Ancora oggi riconosciuto, a ragione, uno dei must del cinema di tutti i tempi, Mean Streets è sicuramente un punto di svolta per l’industria cinematografica in primis, ma anche il primo film in cui vediamo all’opera il talento di un regista e di un attore che da sempre in coppia sono stati capaci di regalarci emozioni incomparabili.
VOTO: 8
Consigliato: Assolutamente si
Recensione realizzata da Mauro Pagano



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