SOLE A CATINELLE
Checco, venditore di aspirapolvere in piena crisi sia con il fatturato che con la moglie, non può permettersi di regalare al figlio nemmeno un giorno al mare. E quando Nicolò riceve la pagella perfetta, la promessa di regalargli una vacanza va mantenuta. Fortuna che a Checco non manca l’ottimismo; partito con la speranza, delusa, di vendere qualche aspirapolvere ai suoi parenti in Molise, si ritrova a casa di Zoe, una ricchissima ragazza che ha un figlio proprio dell’età di Nicolò. Nasce un’amicizia tra i due bambini e Zoe “adotta” Checco e Nicolò e li fa entrare nel suo mondo: inviti a party esclusivi, bagni in piscine fantastiche e ancora yacht, cavalli, campi da golf, serate a Portofino.
Ora, partendo dal presupposto che i film di Checco Zalone vengono spesso etichettati con “Eh ma sì dai, l’ultimo baluardo della commedia all’italiana” oppure con “Va’, è comunque meglio del cinepanettone”, quest’ultima espressione forse tesa a giustificare un comunque discutibile gusto in campo cinematografico, mi sento profondamente preso in giro da questo film.
Prima di tutto, a me Checco Zalone non schifa in toto, ritenendo il suo esordio Cado Dalle Nubi un più che discreto film comico-demenziale, ma Che Bella Giornata aveva già rappresentato un allertante campanello d’allarme per il comico-cantante pugliese, evidentemente già a corto di idee e battute. Mi aspettavo un “rialzo” con questo film, se di rialzo si può parlare con la carriera cinematografica di Zalone che non è effettivamente mai decollata né di conseguenza atterrata, o quanto meno un miglioramento rispetto all’ultimo, detestabilissimo e criticabile film. Ovvio che non è andata così, se no non mi ritroverei a scrivere queste righe pieno di sdegno e delusione.
In secondo luogo, mi sento insultato da questo film in quanto grande successo di pubblico (ma veramente grande, 50.000.000 di €, ovvero miglior incasso italiano di sempre), o meglio, non dovrei sentirmi insultato io quanto tutto il “popolino” che si è messo in fila al box office per assistere a quest’agonia di un’ora e mezza.
Suonerò scontato, io stesso non sopporto chi si sbilancia in considerazioni pseudo-ciniche sul cinema italiano oggigiorno, ma ora più che mai ce n’è bisogno. I grandi incassi di questo film sono segno indicante del costante declino della concezione che il popolo italiano ha del cinema. Commedie come questa, finto-impegnate e troppo relegate sulle spalle di battute ormai di poco effetto e sinceramente forzate, non meritano il successo che hanno. Facile a dirlo così, lo fanno tutti, ma la situazione questa è. La famiglia media italiana entra in sala direttamente pensando “Voglio ridere un po’, devo svuotarmi il cervello” assorbendo poi per due ore sequele di sketch deprimenti. Posso solo dire: nulla di più sbagliato.
Perché spegnere il cervello per ridere? E’ davvero necessario? Non si può abbinare la risata al pensiero e alla riflessione evidentemente, di conseguenza va dedotto che il sovracitato spettatore medio rinnega la sua natura stessa di essere umano. Io, personalmente, quando entro in sala desidero ridere per qualcosa che so essere con un significato, pur nascosto, e non per “Il bagno è libero, vai a cagare” (che probabilmente è una tra le prime tre-quattro battute peggiori della storia umana).
Sole A Catinelle è spazzatura senza capo né coda. Può vantare di avere come colonna portante una trama idiota e debole come poche, un cast anonimo e di interpreti quasi sempre oscillanti tra il mediocre e il pessimo, i tempi comici beh, ci sono,
Se solo ci fosse qualcosa per cui ridere…
Zalone interpreta con poco carisma un personaggio (il classico stereotipo trito e ritrito del bambino cresciuto) a cui non ci si interessa nemmeno un minuto, e che si trascina nel corpo grassoccio dell’attore pugliese tra una gag e l’altra in un’interminabile ora e mezza, dove anche le migliori intenzioni (vedi la scena dello yacht) finiscono per risultare banali e ridondanti.
Recensione realizzata da Mauro Pagano



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