domenica 1 giugno 2014

Clint Eastwood [Speciale]


Fare gli auguri a Clint Eastwood, come intuibile, non può essere facile. Si tratta di un autore (perché di autore possiamo parlare) talmente amato e radicato nelle menti e nei cuori di tutti i cinefili che effettivamente scegliere delle “opere guida” nella sua filmografia non è una semplice impresa, ma un’impresa impossibile. Ma, prima di tutto, iniziamo con un po’ di cronistoria del personaggio. Nato a San Francisco, in California, in una famiglia protestante con origini irlandesi, scozzesi,olandesi e inglesi, figlio di un operaio in una fabbrica di acciaio e di sua moglie casalinga. Nel 1948, una volta diplomatosi, decise di intraprendere degli studi mirati all'ambito musicale, una sua passione giovanile che tutt'oggi persiste, ma viene ostacolato verso questo obiettivo dall'obbligatorio richiamo all'Esercito degli Stati Uniti. Proprio una volta finito questo, viene convinto da un amico a partecipare a dei provini per gli Universal Studios, che una volta notata la sua prestanza fisica, dote che nei primi anni da attore lo relegherà spesso nei ruoli dell’uomo rude e spietato, lo mettono subito sotto contratto. Da lì, la sua carriera fu (ed è) tutta in salita, e tra varie trilogie del dollaro, e vari Sergio Leone, il buon vecchio Clint è arrivato ora alla veneranda età di 84 anni, ma con lo spirito di chi ne ha 30 e pretende di averne 20. Essendo (purtroppo) in un certo senso obbligato a scegliere, i film che tutti secondo il sottoscritto dovrebbero vedere sono questi 3: 



1) Million Dollar Baby

Il suo film forse più sincero e drammatico esce nel 2004, e l’anno successivo si porta a casa quattro statuette agli Oscar tra le quali quella più importante, ovvero Miglior Film, ed è facile intuire il perché. La storia è, effettivamente, quella che si potrebbe definire come il classico espediente per vincere l’acclamata statuetta, un “tearjerker” direbbero i simpatici (non troppo) amici americani : Nel corso di una vita passata sul ring, Frankie Dunn (Clint Eastwood) è stato allenatore e manager di alcuni pugili straordinari. La cosa più importante che insegna ai suoi pugili è la stessa che governa la sua vita: prima di tutto, proteggere se stessi. In seguito alla dolorosa rottura con sua figlia, Frankie ha sempre evitato di affezionarsi troppo a qualcuno. Il suo unico amico è Scrap (Morgan Freeman), un ex-pugile che manda avanti la palestra e sa che sotto quella scorza ruvida c'è un uomo che va a Messa quasi tutti i giorni da 23 anni, cercando un perdono che in qualche modo continua a sfuggirgli. Finché Maggie Fitzgerald (Hilary Swank) non entra nella sua palestra. Maggie non ha mai avuto molto dalla vita, ma ha una cosa che pochi hanno: sa quello che vuole, ed è pronta a fare di tutto pur di ottenerlo. Tra mille difficoltà è sempre andata avanti con la forza del suo talento, della sua incrollabile determinazione e della sua straordinaria forza di volontà. Ma quello che più desidera è trovare qualcuno che creda in lei. L'ultima cosa di cui Frankie ha bisogno è quel tipo di responsabilità - e soprattutto i rischi che comporta. Lo dice a Maggie, e a brutto muso: è troppo vecchio per allenare, e comunque non allena ragazze. Ma chi non ha scelta non si arrende di fronte a un "No": Maggie non vuole o non può rinunciare, e si sfinisce tutti i giorni in palestra, incoraggiata solo da Scrap. Alla fine, conquistato dalla sua grande determinazione, Frankie accetterà di allenarla. Incoraggiandosi o esasperandosi a vicenda, in un'altalena di alti e bassi, i due finiranno per scoprire un'affinità che trascende il dolore e le perdite del passato, e troveranno l'uno nell'altro il senso della famiglia che avevano perso. Quello che non sanno è che li aspetta una battaglia che esigerà da entrambi più coraggio di quanto ne abbiano mai avuto.
Ecco, le carte in regola per il melodrammone straccia incassi a-là-hollywood ci sono tutte, no? Ma Clint e lo sceneggiatore Paul Haggis, miracolosamente, riescono a non cadere in nessuno dei clichè-trappola di questo genere di film, confezionando una pellicola che sorprende per tutta la sua durata per come riesce a toccare profondamente i sentimenti dello spettatore senza mai però abusarne e rendere tutto “sovraccaricato”. In questo film nulla suona fasullo, tutto suona umano, perché è di questo che alla fine Eastwood vuole raccontarci, due esseri umani, due anime così lontane eppure così dipendenti l’una dall'altra, quasi gemelle. E’ in questo che Clint, ma il cinema in generale, vince, nel riuscire a raccontare storie che in fondo sono anche un po’ nostre. Poi, quando hai nomi come Hilary Swank e Morgan Freeman nel cast, non puoi far altro che tirar fuori da loro le migliori performance delle proprie carriere, specialmente se di cognome fai Eastwood.


2) Gran Torino 

Il protagonista della storia è Walt Kowalski (Clint Eastwood), un reduce della guerra di Corea, rimasto vedovo. Nella sua vita di veterano di guerra ha 3 soli hobbies: il suo cane, la birra e la sua amatissima auto, una Ford Gran Torino 72, curata quasi in modo maniacale. Una sera il giardino di Walt diventa il palcoscenico di una lite familiare in cui sono coinvolti Thao (Bee Vang) e alcuni teppisti di una gang, ma questi ristabilisce ristabilisce l'ordine, fucile alla mano, mettendo in fuga i malviventi. Il suo gesto suscita grande ammirazione nella comunità asiatica dei Hmong (una popolazione costretta a emigrare in massa negli Stati Uniti per l'appoggio dato agli americani durante la guerra del Vietnam). Successivamente Kowalski interviene nuovamente per salvare la sorella di Thao, Sue (Ahney Her) da alcuni afroamericani che tentavano di molestarla. Il vecchio razzista è costretto a convivere una settimana in casa con Thao, punito per aver tentato di rubare l'auto dal garage di Kowalski e tra i due nasce una forte amicizia.
Probabilmente il suo film che ha incassato maggiormente sia in fatto domestico (179 milioni di dollari, quasi quanto un kolossal) sia globalmente, Gran Torino trova il regista di San Francisco al suo apice tecnico, e parzialmente anche in quello narrativo. Non si raggiungono le vette di Million Dollar Baby, ma ancora una volta il film si distingue per la sua sorprendete sincerità, ormai un classico dell’Eastwood del nuovo corso. Quella sincerità rude, prima accennata, ma che poi riesce in un modo o nell'altro a commuovere. Si inserisce qui anche una tematica del tutto nuova nel cinema dell’artista statunitense, quella dell’integrazione razziale e del rapporto/conflitto generazionale tra vecchi e giovani, entrambi ovviamente trattati con perizia. Ammirevole inoltre la scelta di ingaggiare un cast di supporto composto quasi integralmente da attori principianti Hmong, gesto che rafforza ulteriormente il concetto che Eastwood e lo scrittore Nick Schenk vogliono far trasparire delle presunte differenze razziali. Qui Clint dà quella che probabilmente è la sua miglior prova attoriale, sentita fino in fondo e coinvolgente, naturale. 



3) Un Mondo Perfetto 

Texas, 1963. Butch Haynes è evaso di prigione e per coprirsi la fuga ha preso in ostaggio Phillip Perry, un bambino di sette anni. Dal Texas dove si trovano i due sono diretti in Alaska per raggiungere il padre di Butch e costruirsi una nuova vita. Tra il simpatico delinquente e il ragazzino nasce un reciproco affetto ma la polizia li sta cercando e si avvicina sempre di più. 
Come in molte uscite della carriera del festeggiato, si ripresenta qui il tema del compatimento e della compassione reciproca tra due anime distanti ma che hanno bisogno di starsi accanto per completarsi. Questo film è un paradosso: linearissimo nello schema narrativo, asciutto nella regia e nella fotografia, eppure così accurato, profondo, esplosivo ma anche calmo, insomma un vero e proprio capolavoro. Una gemma trascuratissima della filmografia di Eastwood, Un Mondo Perfetto si segnala anche per la straordinaria performance di Kevin Costner nel ruolo di protagonista. Dimenticate tutti i Balla Coi Lupi, Bull Durham, Intoccabili che conoscevate prima e apprezzate la prestazione di un attore ingiustamente sottovalutato (anche un po’ per colpa delle discutibili scelte di copioni fatte nell'ultima parte di carriera) che riesce ad impersonare il proprio personaggio realmente come si deve e delineandone le chine lentamente e chiaramente, proprio come la stranezza e l’inquietudine di Butch richiedono. Assolutamente da recuperare, per chi non l’abbia visto.

                                                             Articolo realizzato da Mauro Pagano

Nessun commento:

Posta un commento

© 2014 EMPIRE OF CINEMA fa parte di Io Posto!