giovedì 26 giugno 2014

Pulp Fiction [Recensione]


PULP FICTION 


Certi film sembrano mandati apposta da qualche entità superiore (Non è questo il luogo ed il momento per sindacare quale) per cambiare il corso della storia e delle vite. 
Succede una volta ogni tanto: ad esempio nel 1941, quando un venticinquenne ambizioso realizzò un certo “Quarto potere” e così via. Ma indubbiamente il più importante, quello che ha stabilito una barriera tra un certo tipo di cinema e un altro, un confine separatore tra il “prima” e il “dopo” della celluloide, avvenne nel 1994. 

Uscì nelle sale Pulp Fiction, firmato da Quentin Tarantino. Il regista era allora conosciuto, relativamente, solamente dai più “appassionati” di un certo tipo di cinema della corrente underground grazie al fulminante debutto di Le Iene (a parere di chi scrive tutt'oggi il suo film più riuscito), un film quasi teatrale si potrebbe dire, ma mascherato da caper movie. 
Il film fu presentato a Cannes, e già alla fine della prima proiezione fu chiaro che qualcosa era diverso, non ci si sentiva più gli stessi dopo un esperienza del genere. La grande capacità di stupire del film fu facilmente suggerita dall'enorme spaccatura tra gli spettatori, come per ogni capolavoro che si rispetti. 
Se da una parte c’era chi, a ragione, lo inneggiava come un miracolo di commistione tra cultura pop, violenza e cinefilia, dall’altra c’era chi lo criticava come eccessivamente volgare, stilizzato e violento (ovviamente, solo tre degli innumerevoli pregi del film). Evidentemente il buon vecchio Clint Eastwood, presidente della giuria del prestigioso festival per quell'edizione, si schierava tra la prima fazione, assegnandogli una meritatissima palma d’oro che fecero Quentin uno tra i registi più giovani ad aver vinto l’ambito premio.

Il film in sé è parecchio atipico a dire il vero, per essere un’opera seconda. Infatti è lungo, ambizioso e che si prende molti rischi dal punto di vista stilistico e narrativo, affidando il titolo di carte vincenti alla fotografia virtuosistica e ad una narrazione strutturata ad episodi e slegata, che tuttavia non cade mai nel pacchiano e risulta quadrante da ogni punto di vista. 


La sceneggiatura, poi, a mani basse si conquista un posto tra le migliori mai scritte. Rappresenta il perfetto bilanciamento tra realismo e assurdo, coi classici dialoghi deliranti marchio di fabbrica del regista applicati in contesti se possibile ancor più violenti rispetto al primo film, e regalando anche pochi momenti di drammaticità che sono comunque efficaci. Tarantino e’ un maestro nel raccontare i rapporti umani tramite situazioni inverosimili e/o sopra le righe, e da queste abilità frutta un risultato che definire unico è poco, e dà al film quel tocco di umanità che lo rende per davvero il più completo di sempre, molto probabilmente. 

Il cast è composto da vecchie glorie e/o attori parzialmente sconosciuti, che danno qui in gran parte la miglior performance della loro carriera. Il film ha aiutato a ristabilire la carriera di un John Travolta che allora aveva infilato una serie di flop commerciali e di critica da cui sembrava difficile potersi rialzare, ma la sua prova è straordinaria, e dimostra le innate doti da commediante di Travolta che mai aveva potuto affrontare un ruolo così impegnativo prima d’ora. Straordinaria è l’intesta sullo schermo col suo “compagno” Samuel L.Jackson, giustamente nominato all’oscar per questo ruolo e (In)giustamente uscito a mani vuote dalla premiazione. Il ruolo di Jules Winnfield è tra i più iconici non solo del cinema recente, ma di quello di tutti i tempi, ed è il ruolo per cui Jackson verrà ricordato ai posteri (anche perché non è che ce ne siano molti altri …) e quello che ha aiutato a stabilirgli una carriera come figura di spicco ad Hollywood. 
Indimenticabile poi la performance rivelatrice di una straordinaria Uma Thurman, qui più bella che mai e decisamente in stato di grazia, dato che anche grazie a lei si delinea la figura della fragile Mia Wallace, frivola e superficiale all'apparenza, ma in realtà solo in cerca di un affetto vero e di considerazione. 
I cammei di Harvey Keitel come l’immenso Mr. Wolf e di Steve Buscemi come un cameriere al Jack Rabbit’s Slim (altro brand inventato dalla geniale mente di Tarantino e diventato ora cult, come anche il Big Kahuna Burger) sono solo alcune delle citazioni che Quentin fa al suo film precedente, stabilendo così una continuità che non può far altro che sorprendere. 


Voto: 9
Consigliato: No… Perché avreste già dovuto vederlo prima di leggere questa recensione.

                                      Recensione realizzata da Mauro Pagano

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