UN’ODISSEA TRA MALINCONIA, CINICO SARCASMO E FAMIGLIA
“-Avete mai parlato di avere dei figli? Quanti ne volevate, ne avete parlato?
-No.
-E perché ci avete fatti?
-Perché a me piace scopare, e tua madre è cattolica. Fai un po’ tu la somma..”
Nominato a sei premi oscar (senza aggiudicarsene neanche uno), presentato al Festival di Cannes, dove invece l’attore Bruce Dern riesce ad aggiudicarsi il premio alla miglior interpretazione maschile. Nebraska è l’ultimo lavoro del regista Alexander Payne (Paradiso Amaro) e scritto da Bob Nelson.
La trama, sinteticamente, ruota attorno a tale Woody Grant (Bruce Dern), un vecchio paesano del Nevada che, forse malato di Alzheimer o semplicemente provato dall’età e dall’alcol, si convince di aver vinto un milione di dollari e tenta di raggiungere il Nebraska per ritirarli. Il figlio, probabilmente unico personaggio “normale” del film, tenta inizialmente di dissuaderlo dal mettersi in viaggio, conscio che questo milione di dollari altro non sia che una povera illusione del padre, poi, prostrato dall’insistenza di quest’ultimo, decide di accompagnarlo comunque, in un viaggio che metterà a nudo un difficile rapporto genitore-figlio, svelerà l’ipocrisia e l’arrivismo degli amici e conoscenti del protagonista, e in in fin dei conti porterà David, il figlio di Woody, a conoscere più nel profondo il padre, e di conseguenza se stesso.
I punti forti di Nebraska, fondamentalmente sono tre, e si chiamano “Regia”, “Sceneggiatura” e “Bruce”.
Alexander Payne, nel dirigere Nebraska, fa un lavoro stupendo, per non dire meraviglioso, degnissimo rivale dello Scorsese di The Wolf Of Wall Street agli Academy Awards 2014, anche se in realtà non vinse nessuno dei due ma pazienza, non è importante.
Payne, aiutato da un più che funzionale B/N, ci trasporta in un Road Movie tremendamente malinconico nelle atmosfere, fatto di vecchie strade di campagna USA desolate e vuote, piccoli paesetti dove la vita scorre piatta, un mondo fastidiosamente calmo dove probabilmente nessuno sognerebbe di andare a vivere. Particolarmente incisive quelle panoramiche, dove la camera resta immobile a lungo su strade deserte, prive di vita, in cui l’unico elemento di movimento è la macchina dei protagonisti, che probabilmente nel loro viaggio, fisico ma anche spirituale, rappresentano l’unico dinamismo possibile in un quadro del genere. E poi, basta aggiungere uno strato, non troppo ingombrante, di musica country, che l’odissea di Nebraska, da malinconica, diventa quasi struggente.
Che altro dire? Payne potrei anche definirlo genio solo da come ha gestito il finale, un finale (senza scendere nel dettaglio) positivo, ottimista e tutto sommato “buonista”, senza esagerare, senza scadere un minimo nel ridicolo, senza essere retorico o esagerato: semplice, sincero, e realistico. Mica come Van Sant, che pur essendo un ottimo regista, si mette a girare cose come Will Hunting che anche solo per il finale meriterebbe due o tre calci nel sedere.
Ma basta parlare di Van Sant e Will Hunting cazzo, sto cercando di recensire Nebraska, dunque, sceneggiatura:
Probabilmente si tratta dell’aspetto che io abbia apprezzato di più, nella totalità del film. È un qualcosa che in parte, nei dialoghi più “vivaci”, ricorda qualche black comedy dei fratelli Coen (specialmente i personaggi dei paesani più anziani), ma pur condividendone il cinismo e l’ironia amarissima, mantiene una linea più realistica, e a tratti forse anche più cupa e misantropa . C’è una critica molto pesante alla microsocietà di questi paesi, fatta di gente esplicitamente ipocrita, parassiti che neanche riescono a nasconderlo, senza nessuna vergogna nel cercare di sfruttare una persona in una situazione di debolezza, per poi voltarle le spalle quando non c’è più nulla per cui approfittarsi. E di fondo a questo quadro nero e cinico, in estremo contrasto, si sviluppa uno splendido rapporto padre e figlio stupendo, un figlio quasi dimenticato o ignorato dal padre, a cui però non riesce ad evitare di voler bene, finché, verso la fine, non si avvicineranno a quello di cui più si avvicina ad una famiglia realizzata, e qui la scena finale è veramente tanta, tanta roba.
Poi per Bruce Dern, che devo dire? Come si fa a descrivere adeguatamente il suo modo di recitare?
Bisogna vedere il film, al limite posso dire che in una parte del genere, chiunque potrebbe fare un “vecchietto rincoglionito” riversandosi su interpretazioni viste e già viste più sopra le righe che altro, e invece lui è vero, è sincero. Quando si esprime con quei piccoli aforismi taglienti, che possono sembrare battutine, non sta cercando di farti ridere, non si sta accattivando la simpatia del pubblico, e difatti non è lì per fare il vecchio simpaticone un po’ matto. Quando sveglia il figlio e c’è quel primo piano sui suoi occhi spiritatissimi fa quasi paura..
Voto: 8/10
Consigliato: Tassativamente.
Recensione realizzata da Fabio Osvaldo Carta



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